Che fine ha fatto
l'accordo sulla tutela volontaria dei beni culturali?
Sono
quasi tre mesi che è stato firmato in Prefettura uno scellerato
accordo sullo sfruttamento del lavoro volontario – non pagato –
nella tutela dei Beni Culturali e Artistici della città di Pisa,
colpendo un settore che, in un paese come l'Italia, dovrebbe essere
tra le priorità in termini di valorizzazione, tutela e formazione di
professionalità. Già da tempo la formazione nel settore è stata
ridotta ad una farsa: corsi generalisti a causa degli accorpamenti e
nozionismi da eruditi d'altri tempi. Adesso il lavoro stesso viene
ridotto a passatempo per chi può permetterselo.
Giustamente
vi è stato un moto d'indignazione trasversale per il contenuto
(sfruttamento, dequalificazione, umiliazione professionale), la forma
(illegale) e il modo
(pressioni sui firmatari e procedure inconsuete, finanche nella
scelta del luogo: la Prefettura). Una vertenza - apparentemente di
competenza delle associazioni di categoria – si presta a essere
grimaldello sociale utile a scoperchiare il vaso di Pandora
dell'incompatibilità davanti a precarietà e lavoro gratuito.
Si
parla infatti non solo di un accordo,
ma soprattutto di un sistema fatto di
precarietà, sfruttamento, reddito intermittente o non-reddito,
incuria dei beni comuni. Un
sistema che si è insinuato viscidamente nel senso comune – tramite
la grande menzogna «Non
ci sono soldi» - per poi “istituzionalizzarsi” violentemente a
colpi di decreto con il pretesto dell'emergenza (emergenza ormai
permanente e dunque di necessità non reale).
